Io non sto con Israele


di Alice Porta

Ci sono questioni dove non si può non prendere una posizione ed è per questo che io non sono mai stata filoisraeliana e dubito fortemente di chi afferma di essere super partes.



Quando frequentavo giurisprudenza ci spiegarono cosa definisce uno Stato e i privilegi che ne derivano: ci dissero che tutti gli Stati del mondo sono tali perché hanno dei confini definiti, un governo stabile e riconosciuto dal suo popolo, che vive dentro quei confini. Con una sola eccezione: Israele, che non ha queste caratteristiche ma è uno Stato e siede ai tavoli diplomatici. La Palestina non può e, in altri luoghi e tempi, non hanno potuto farlo nemmeno i Curdi, il Kosovo o il Québec, tutti popoli autonomi, rivoluzionari e dell’altrettanta forte identità che non sono stati ascoltati.
Ad oggi ci sono otto Paesi che possiedono la bomba atomica: cinque di essi aderiscono al TNP, il trattato in base al quale chi possiede la bomba non può cederla a chi non la possiede, la deve dichiarare e può prestare tecniche nucleari per scopi altri (tipo produrre energia elettrica) sotto stretta supervisione; i restanti tre Paesi non aderiscono al TNP ma accettano di dichiarare le testate nucleari possedute.
Poi c’è Israele: ha la tecnologia ma rifiuta di dichiarare le armi nucleari che possiede e non ha firmato il TNP.
A ben vedere, dal punto di vista strettamente legale, potremmo quasi dire che la posizione di forza di Israele non è solo sproporzionata rispetto ai palestinesi ma rispetto a tutti quanti noi.
Ciò che mi disturba di più, però, non è la differenza di forza e di privilegi ma questa sistematica volontà di tacciare di antisemitismo chiunque sollevi dubbi sullo Stato di Israele: un’equazione sbagliata a livello etico ma anche storico, visto che all’indomani dell’Olocausto ben pochi sopravvissuti ebrei decisero di recarsi nella Terra Promessa; quasi tutti tornarono invece alle case da cui erano stati strappati e gli altri si recarono negli Usa o in Russia.
Così come altrettanto sbagliato è pensare che chiunque sia filopalestinese sia dalla parte di Hamas. Hamas significa Resistenza e indubbiamente la sua matrice è piena di punti oscuri, essendo braccio armato dei Fratelli Musulmani che sono estremisti islamici, e quindi ci sarebbe molto di cui parlare; altrettanto vero è che i suoi metodi sono terroristici ma non ci si può liberare da una occupazione porgendo fiori e cioccolatini, noi dovremmo saperlo bene.
Ci sono guerre che si reggono sui soldi, sui possedimenti, sugli agganci diplomatici e poi ci sono guerre che si alimentano sul senso di colpa storico e sulle equazioni sbagliate e credo che questa sia una di quelle. Una guerra che dura dal ’48 e che ormai vede combattere e morire i figli dei figli di quelli che la iniziarono, giovani che non hanno conosciuto altro che la guerra e io sono d’accordo con voi quando dite che sarebbe ora di finirla, di trovare un compromesso doloroso e coatto che faccia cessare questa guerra.
Non sono d’accordo però con chi dice che sia troppo complesso comprendere questo conflitto, che non si possa prendere una posizione.
Laddove una sola delle parti gode del denaro, delle armi, degli appoggi legali e diplomatici, dell’informazione compiacente, di assoluzione automatica allora siamo di fronte ad una guerra disequilibrata, disarmonica, iniqua, sproporzionata da un unico lato: si tratta, in poche parole, di un genocidio.
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