Le barriere architettoniche del sesso


di Alice Porta

Ieri un’amica che si occupa di politica mi ha chiesto cosa ne penso del diritto alla sessualità dei disabili. Me lo ha chiesto non perché io sia diversamente abile: pacifico che i primi interlocutori sono i diretti interessati. Voleva una mia opinione perché sa che mio fratello ha la sindrome di Down e ha 30anni quindi il mio occhio “dall’interno” può esserle utile.

 

L’argomento è complesso: si intersecano un casino di piani diversi. Sociali, culturali, normativi. Difficile quindi dare delle risposte ma si possono provare a fare delle domande (e sperare che siano quelle giuste).
*Chiedo scusa in anticipo se dovessi incappare in termini sbagliati (fatemelo notare) o volutamente sbrigativi: non intendo offende ma semplicemente, là dove non sono ignorante, essere sintetica e immediatamente comprensibile.

 

Innanzitutto la domanda principale: la sessualità è un diritto? Se si guarda strettamente alla Convenzione dei Diritti Umani allora non lo è. Non vi appare. Esiste il diritto al matrimonio e alla famiglia che quindi possono vagamente includere il diritto alla sessualità e all’affettività, per pura logica ecco. Però si tratta di un diritto “passivo”: nessuno può impedirti di sposarti e di farti una famiglia; non significa che attivamente lo Stato debba procurare queste condizioni per te. E sappiamo benissimo che l’intera comunità LGBTQ+ non possiede attualmente in modo completo questo diritto nel nostro Paese e in molti altri. In parallelo esistono delle Carte dei diritti relativi alle persone disabili o nello specifico proprio alla sessualità che cercano di trasformare questi “bisogni universali” in “diritti universali” in modo che gli Stati si attivino.
A questa domanda, cioè se la sessualità debba essere un diritto universale, ognuno risponderà in coscienza sua ma supponiamo di rispondere di sì: cosa facciamo dopo?

 

La sessualità è un bisogno primario che garantisce il benessere psicofisico della persona che come parte attiva di una comunità ci deve interessare eccome.  Non possiamo ignorare la sofferenza sistematica di migliaia di persone.
Appunto partiamo di qui. Se la sessualità diventa un diritto universale chi ne sono i beneficiari? I disabili fisici? Anche quelli mentali? E gli esclusi? L’accesso alla sessualità garantito per legge deve essere rivolto anche a coloro i quali sono esclusi dal sesso anche se non hanno nessuna forma di disabilità? Semplicemente “non piacciono” o hanno dei blocchi (mentali, religiosi, post traumatici) tali che nemmeno la terapia riesce a risolvere?
Se vi fate un giro sui siti di gigolò noterete che “l’offerta prima volta” è molto richiesta. Donne che arrivate illibate ad una certa età iniziano a patire la loro condizione, sviluppano una fobia per gli incontri intimi. Hanno paura di deludere un possibile innamorato, andando così ad alimentare un circolo vizioso di frustrazione. Oppure servizi per donne che hanno subito un trauma e la terapia psicologica non è sufficiente: hanno bisogno di ri-approdare all’approccio sessuale in modo sicuro e senza inficiare una possibile relazione sentimentale. Il gigolò offre un appuntamento di tenerezza, romanticismo e amore fisico, in una situazione di tranquillità ed assenza di giudizio, grazie alla presenza spersonalizzante del denaro, che molte donne testimoniano essere stato di aiuto. E’ questo quello che vogliamo offrire? La domanda è senza polemica alcuna. La teoria va benissimo: possiamo stare ore a dire che la sessualità è un diritto, un bisogno, che ciascuno deve avervi accesso …ma poi tutto questo come lo realizziamo?

Trovo i dibattiti sul tema spesso carenti di questo aspetto: del “COME SI FA”.
E credo che siano domande che la maggior parte delle persone si pone. Cosa deve offrire un terapista sessuale? In cosa consisterebbe un percorso di questo genere? Una delle esperienze più fruttuose, tra le prime, esiste in Israele. Al percorso col terapista sessuale vi può avere accesso chiunque, quale che sia la sua condizione, età, sesso e orientamento sessuale. Gli operatori offrono un’esperienza in più appuntamenti di natura psicofisica: si esplora l’erotismo dalla parola alla masturbazione. Molte persone disabili hanno difficoltà reali a procurarsi piacere da soli, in modo sicuro ed efficace. Esiste anche la possibilità dell’incontro sessuale col terapista: che può offrire, in accordo tra le parti, accesso al proprio corpo. Non è scontato e non è obbligatorio. Però è chiaro che a quel punto il terapista diventa prossimo ad un sex worker e quindi c’è tutta una legislazione da normare e un approccio culturale da ripensare. Sia in tema di sex working ( ricordiamoci che siamo in Italia), sia dal punto di vista dei controlli sanitari e anche ovviamente dal punto di vista del lavoro. E poi: il terapista sessuale deve essere un dipendente statale oppure no? Fino a che limite? La sua preparazione per affrontare determinate disabilità chi la offre, chi la paga, dove si svolge? Può lo Stato farsi promotore di questo genere di approccio, vicino al sex working? Oppure eticamente non può accettare questo uso del corpo e quindi si deve limitare a legalizzare, normare ma lasciare ai privati? Da questo punto di vista, molto pratico, è lo stesso dibattito giuridico che riguarda qualsiasi professionista del sesso (sfruttamento ovviamente sempre escluso e punito).

 

Il problema della sessualità diventa poi ancora più complesso quando si parla di disabili mentali gravi. La comunicazione e la comprensione con questa tipologia di persone si fa complessa. Sono stata uditrice diretta di storie di madri che masturbano i figli affetti da una forte disabilità mentale. Poiché rifiutati anche dalle sex worker; che comunque magari non saprebbero da che parte cominciare con menti e corpi “non canonici”, creando ulteriori danni. O perché i genitori stessi si rifiutano di rivolgersi alle professioniste perché non vogliono fare qualcosa di illegale o socialmente non accettato. Ovvio che questa condizione è irrispettosa della dignità umana sia del genitore sia del figlio ma non ci sono alternative. Talune madri interrogate sulla possibilità teorica di accesso ad un terapista sessuale hanno risposto: sarei d’accordo ma ho il timore che poi non so spiegare a mio figlio che quello che fa con la terapista non può farlo con ogni signorina che incontra per strada.

Questa è la cruda realtà oltre la teoria. Una realtà di storie vere ed approcci reali dove, in fondo, si parla di corpi, di organi genitali, di piacere, di sesso. E quello è uguale per tutti. E siamo già indietro e confusi quando si tratta di normodototati, figuriamoci poi di chiunque si ponga al di fuori della maggioranza.
Lasciamo per un attimo da parte la disabilità mentale grave, perché complessa e troppo eterogenea, e focalizziamoci sui disabili fisici e gli esclusi di ogni genere. Siamo sicuri che l’accesso ad un terapista dia davvero beneficio sul lungo periodo? Se si tratta di aiuto all’espressione della propria sessualità in sicurezza allora è un conto ma se si arriva, come in Israele e in altri Paesi, al rapporto sessuale vero e proprio non resta forse la consapevolezza che per quella persona in fondo è un mestiere? Non c’è desiderio in senso stretto, soltanto stipendio e la volontà di aiutare, di fare bene il proprio lavoro. La frustrazione e il senso di esclusione rischiano di aumentare di fronte a questa consapevolezza?
Pensiamo agli esclusi più rumorosi di sempre: gli Incel. Ne hanno fatto una battaglia della loro esclusione dalle relazioni e dal sesso. Sono talmente frustrati dalla loro condizione di esclusi che diventano violenti, misogini, razzisti e classisti. Eppure riferiscono di rapporti con le sex worker: che soddisfano il loro bisogno fisico di sesso ma non alleviano il loro senso di esclusione.
Lungi da me paragonare le persone disabili a dei pazzi maniaci di internet ma l’esclusione fa male, anche alle persone perbene, e alleviarla può essere complesso e va ben oltre il corpo, l’approccio e l’orgasmo (da soli o in compagnia).

Bisognerebbe ragionare sul perché esistono gli esclusi al sesso, disabili o meno. Sul perché ci sono corpi che vengono ignorati. Perché sono corpi complessi da gestire? Si può imparare a farlo. La persona disabile stessa, magari con l’aiuto di un terapista sessuale può insegnare alla persona normodotata come affrontare il sesso con un corpo fragile, non canonico, in sicurezza e piacere. Oppure gli esclusi sono tali perché considerati indesiderabili? La domanda è tanto politicamente scorretta quanto vera. Siamo una società razzista quando si tratta di bellezza? I canoni estetici ci hanno condizionato? Siamo davvero liberi quando decidiamo che qualcuno è indesiderabile sessualmente o il nostro giudizio è viziato dalla cultura predominante?

La bellezza in fondo è un costrutto sociale ma il sesso, quello, sta nel cervello: se togli le barriere (non solo architettoniche) quello che otterrai sarà sorprendente. Nessuno è costretto a farsi piacere alcunché che non voglia, ci mancherebbe, si tratta di teoria ma la provocazione credo che sia pertinente.
È un po’ come il diritto al lavoro. Nessuno Stato può trovarti o affibbiarti un lavoro ma deve creare le condizioni perché tu possa trovarlo. Così deve essere con la sessualità: dobbiamo cambiare il nostro approccio al sesso. Innanzitutto dobbiamo accettare che anche le persone disabili abbiano desideri sessuali. I loro corpi non sono solo ciò che li affligge ma possono dare e ricevere piacere come i corpi di chiunque altro. Non siamo di fronte ad eterni bambini fragili e asessuati. Dobbiamo poi liberare il sesso in senso generale: togliere limiti, liberarci dalle cecità mentali. Prima di legalizzare il sex working e predisporre dei terapisti specializzati nella sessualità dei disabili, occorre cambiare la cultura, intorno ai corpi e alla sessualità. Così non ci saranno esclusi. Solo così davvero le persone, come che siano fatte, potranno sul serio guardarsi, incontrarsi e trarre piacere gli uni dagli altri.

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