Il lavoro e la nobiltà dell’uomo 1


Di Alice Porta 

A me ‘sta cosa che il lavoro nobilita l’uomo non mi hai convinto. Meno che mai che lo renda libero (ma questa era una sadica presa per il culo e lo sappiamo).  Anche se una certa equazione soldi = libertà è in effetti presente nella nostra società. E i soldi guadagnati “col sudore della fronte” sono ovviamente quelli più nobili. Se così fosse però, dovremmo assumere che la nobiltà d’animo e la libertà dell’uomo dipendano da azioni routinarie e ripetitive, scandite da schemi e orari autoimposti che si protraggono per decenni e che alla fine ci frantumano le cosiddette. Anche perché secondo l’Istat solo la metà degli italiani occupati sono soddisfatti del loro lavoro, insomma lo sono “abbastanza”.  Lo stesso Francesco Bergoglio ha sostenuto che “il lavoro ci unge di dignità”, rubando alla politica e al senso comune un modo di dire tanto caro quanto pericoloso: il lavoro conferisce dignità all’uomo. Sebbene questo torni utile (e anche giusto) per accusare la classe politica di non adottare adeguate politiche del lavoro, osservandola attentamente si mostra in tutto il suo orrore: se non lavori, non importa per colpa di chi, non hai dignità. La dignità è il rispetto che l’uomo nutre per se stesso e dovrebbe essere un automatismo dell’uomo sano che prescinde da qualsiasi condizione lavorativa e economica. Eppure ci sentiamo nel giusto unicamente partecipando ad un processo produttivo sfiancante, alienante, dove ci si sforza di diventare un tutt’uno con l’azienda (che non è nostra), per avanzare di carriera all’interno di un progetto (che non è nostro) regalando, spesso senza ritorno, porzioni di vita (quella invece è nostra). Quel che è peggio è che si tende a proiettare questo schema tremendo ma socialmente accettato (anzi, auspicato) anche sugli altri: chi non trova lavoro è commiserato, chi non vuole un lavoro di questo tipo è biasimato. Un esempio ne sono gli artisti, che finché non fanno i soldoni e non finiscono in TV sono considerati dei fannulloni allo sbando. “Perché non ti trovi un lavoro vero?”. Eppure chi potrebbe mai dire che un Van Gogh, in vita insultato nel suo artista sensibile, non abbia portato qualcosa all’umanità? Allora qual è il senso del lavoro? Il lavoro è un diritto perché lo Stato ha  l’obbligo di mettere ciascun membro della società nella condizione di far lavorare al meglio il proprio cervello, secondo le proprie capacità ma anche secondo i relativi interessi. Una persona che svolge una mansione che non gli piace la svolgerà male, non importa se nel sistema quella mansione è fondamentale, richiestissima nel mercato del lavoro. Il cervello umano se ne sbatte del mercato del lavoro e dell’aziendalismo. La Costituzione afferma che il lavoro è un diritto ma allo stesso tempo è anche un dovere, un ossimoro che non ha mai convinto buona parte dei costituzionalisti. Un dovere è un comportamento imposto da una norma ma siccome non è previsto l’arresto per chi non lavora, allora il lavoro-dovere assume una valenza morale che, di nuovo, ci porta ad un atteggiamento verso il lavoro di abnegazione, di appiattimento, di senso di colpa. Si torna al martirio bigottone di cui sopra.  Il lavoro è partecipazione. Un po’ come la libertà di gaberiana memoria. Gli esseri umani, animali sociali, si raggruppano e apportano qualcosa alla collettività, nel modo in cui sono capaci, per averne indietro qualcosa che gli permetta di vivere meglio e che non sono in grado di procurarsi da soli. Il lavoro rappresenta quello che tu puoi fare per gli altri senza perdere te stesso. L’ossessione moderna, malata, al troppo lavoro, alla produzione eccessiva e sprecata, in una compensativa gara a chi ha il PIL più grande, non può più funzionare e il sistema ne risente, tra coloro che non riescono a partecipare al disegno collettivo e quelli che sono ormai stanchi di parteciparvi. Occorre tornare ad un dimensione umana del lavoro, non monetaria; una dimensione che valorizzi il tempo e l’intelletto ma soprattutto una dimensione di condivisione, di partecipazione, di ridistribuzione collettiva.

“Mi considerano pazzo perché non voglio vendere i miei giorni in cambio di oro. E io li giudico pazzi perché pensano che i miei giorni abbiano un prezzo.” K. Gibran

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Un commento su “Il lavoro e la nobiltà dell’uomo

  • colombo

    Mi piace, però devo semplificare da vecchio: lavorare stanca ma se piace almeno un po’ e da dignitosamente da vivere stanca di meno.