Perché avete paura delle donne


I primi 40 anni della 194 e gli ostacoli che ancora incontrano le donne.

Durante il mio secondo anno a giurisprudenza sostenni l’esame di diritto penale. Nei  primi giorni di corso, buona parte delle lezioni furono impiegate a comprendere i principi che sottendono l’intera materia penale e uno di questi è che le leggi sono fatte per eliminare i reati, non per crearne di nuovi, e che nessun legislatore può restare cieco e sordo di fronte ad una legge dello Stato che abbia come conseguenza, anche involontaria, la nascita di ulteriori reati. Sembra un concetto banale, eppure non lo è e a dimostrarlo furono proprio le femministe, negli anni ’70: scesero in piazza e mostrarono i dati delle donne che si sottoponevano ad aborti clandestini, spesso rischiando la morte o l’invalidità permanente. Il grande merito delle femministe non fu solo quello – enorme – di parlare per la prima volta del diritto all’autodeterminazione della donna sul suo corpo e sulla sua vita ma anche di portare di fronte al legislatore i dati, i fatti e le prove di uno dei più grandi sbagli che lo Stato stava facendo: impedire l’aborto significava mettere in pericolo la vita della cittadine della Repubblica, oltre che favorire mercato nero, soldi sporchi ed estorsioni di vario tipo.




In questo panorama nacque la legge 194, il 22 maggio del 1978. Una legge che nella sua concretezza prende una doppia posizione: la consapevolezza che la gravidanza è un evento umano e talvolta imprevedibile, quindi le gravidanze indesiderate esisteranno sempre e  lo Stato ha l’obbligo di fornire una soluzione e, secondariamente, la scissione tra ciò che è il carcere e ciò che l’inferno, dividendo la fede dallo Stato, il peccato dall’illecito. La legge 194 è una legge di laicità, potremmo quasi definirla laicista se non fosse che prevede l’obiezione di coscienza. E questa piccola concessione, oggi, è la difficoltà più grande che rende la Legge 194 quasi inapplicabile in molte regioni dello Stato, nonostante oggi compia ben 40 anni.

L’obiezione di coscienza non è un’invenzione italiana, quasi tutte le leggi che regolamentano l’aborto la prevedono ma è chiaro che aveva un senso nel momento in cui la legge fu applicata: nel 1978 non si poteva obbligare chi già era ginecologo e operatore sanitario a fare qualcosa che non esisteva al momento in cui aveva scelto la professione medica.  Una norma transitoria, insomma, che avrebbe dovuto sbiadirsi e diventare inutile con gli anni, attraverso il progresso e le nuove generazioni di medici. Un po’ come la norma che vieta l’apologia del fascismo e, proprio come questa, non è andata come si sperava. Ad oggi siamo pieni di obiettori (e di fascisti).

E mentre altrove, in Europa, la media di obiettori si attesta intorno al 10%  (ma in alcuni Stati, come Svezia e Finlandia, gli obiettori non esistono oppure non sono ammessi); in Italia la media è del 70%, con punte anche al 94% (Molise). Peggio di noi pochi posti al mondo, come Portogallo (80%) e Argentina (95%).  Che gli obiettori siano veri oppure d’opportunità, poco importa: viene di fatto impedito o reso difficile alle donne accedere ad un provvedimento sanitario legale e negato loro un diritto sancito dallo Stato, il tutto per proteggere un diritto di pochi che si trovano in posizione di forza (il medico è indubbiamente in una posizione di potere rispetto ad un paziente). La recrudescenza dei movimenti anti abortisti spaventa, esattamente come un certo lassismo da parte delle masse: “se vuoi abortire prendi un treno e cambi ospedale oppure regione” dicono, come se fosse normale che un cittadino che paga le tasse e rispetta la legge non abbia diritto a pretendere l’assistenza sanitaria nel luogo dove risiede ma debba anche cercarsi un medico. Rischiamo di sottovalutare il problema che, esattamente come negli anni’70, ci condurrà ad aborti clandestini e ad un certo tipo di turismo sanitario e a tutta una serie di reati connessi di cui proprio non abbiamo bisogno. Torneremo al punto di partenza.

Perché questi soggetti si battono contro l’interruzione di gravidanza? Per fede, verrebbe da dire. E sicuramente la religione c’entra: nasciamo e cresciamo in un Paese dalla storia cattolica e anche il più ateo tra noi non può che riconoscere in sé alcune tracce di bigottismo assimilate involontariamente durante la crescita, ma siamo sicuri che sia solo questo?

Se il problema fosse solo una diversa concezione della vita e la sua protezione, come gli anti abortisti dicono, ci si aspetterebbe da loro anche una promozione di corsi sulla sessualità consapevole, una maggiore distribuzione degli anticoncezionali (magari gratis nelle scuole), progetti di aiuto economico per i genitori e invece non succede. Così come niente viene fatto per favorire una maggiore partecipazione degli uomini nella crescita dei figli, mediante congedi parentali e una nuova educazione alla paternità e il superamento di certi stereotipi virili.

Viene quasi da pensare, azzardo, che allora il punto non sia la vita, i bambini o la genitorialità: quello che davvero interessa non è la gravidanza ma la donna in stato di gravidanza.

La gravidanza e la maternità sono davvero, per lor signori, l’ultimo modo per controllare la donna?  La perfetta arma  biologica per relegare la donna in un ruolo comodo per loro, toglierla dal mercato del lavoro (già saturo e complesso), subordinarla in tutta una serie di contesti sociali e famigliari così come è sempre stato?

Possibile che questi sedicenti difensori della vita si spingano a sporcare una delle esperienze umane più intense, per trasformarla in uno strumento politico atto ad imporre un’ultima volta una visione vecchia, fallita, ignorante e bigotta della società e dell’umanità?

 

Alice Porta

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