Sono diventata qualunquista


di Alice Porta

C’è una frase di Kennedy che mi piace molto.
Dice: non chiederti cosa il tuo Paese può fare per te ma cosa tu puoi fare per il tuo Paese.




Credo che rappresenti in pieno l’essenza della cittadinanza, della coscienza civica. Una frase che riassume qualsiasi tipo di impegno: dal non buttare una cartaccia per terra, all’assumere personale con contratti onesti, al battersi perché tutti abbiano i medesimi diritti. Lo Stato è un insieme di tante piccole cose messe in atto, il meglio possibile, da tante persone tutte insieme. In questo senso la cittadinanza attiva o passiva non fa differenza, elettori ed eletti sono uguali davanti allo Stato, concorrono ad esso. Il potere è solo di passaggio, temporaneo, funzionale perché non possiamo decidere nello stesso momento  tutti insieme. Almeno così dovrebbe essere. Infatti il voto è una delle massime espressioni di cittadinanza. E questa tornata elettorale mi sta mettendo a dura prova.
Sarà perché due anni di pandemia hanno rivelato come l’Italia sia un carrozzone che va avanti con tutte le sue pigrizie e furberie, che sta in piedi quando le cose vanno bene ma quando vanno male bisogna correre ai ripari in modo emergenziale e i disastri, pratici e teorici, sono ben visibili. E poteva andarci molto peggio, nonostante tutto. Sarà che problemi di salute diversi e ulteriori al Covid-2019 mi hanno posto di fronte ad una sanità devastata, annoiata, poco professionale. Per curarti devi avere tempo e soldi, in questo Paese. La scuola è più che mai inadeguata in presenza e a distanza: sia per formare lavoratori sia per formare pensatori, quindi a cosa serve, che direzione dobbiamo dare all’istruzione di questo Paese? L’approccio ai diritti civili delle minoranze è imbarazzante per non dire medievale; la giustizia sociale è indietro anni luce rispetto a Stati d’Europa con cui dovremmo essere a pari e questo, soprattutto, non ci fa porre alcuna domanda. Anzi, siamo fieri della nostra lentezza, del nostro conservatorismo, trasformiamo in vanto ogni contentino che riusciamo concedere a chi è ai margini da sempre. Nei programmi elettorali di tutto questo c’è poco o niente, se non qualche slogan buttato qua e là. Una corsa agli elettori che si basa sull’affermare principi irrealizzabili oppure snaturati del tutto: mancano le idee, le ideologie, le identità definite e concrete. Quello che resta è una corsa alla poltrona, tutto va bene purché si abbiano i numeri, dove il nemico di ieri è l’amico di oggi e qualcuno, con quale coraggio poi, viene anche a dirti che lo devi votare perché è utile, perché gli altri sono peggio.
Peggio di cosa?
Peggio di una cittadinanza attiva che non puoi esercitare se non con una X vuota, cosa ci può essere?
Mi è stato insegnato che il senso del voto è il voto stesso: andare ad esprimere la propria idea è la massima espressione di democrazia. Se però di là nessuna la raccoglie, se è solo questione di maggioranze, allora a cosa serve? Se la politica non è più scelta allora cosa diventa? Diventa un calderone di persone che dobbiamo mettere là, che niente hanno a che fare col qua, che tanto andrà avanti da sé, in quel moto perpetuo e immutabile che è la burocrazia delle piccole cose. Senza alcuna direzione reale, nessuna idea di Stato, nessun coraggio di cambiare davvero. Per la prima volta guardo al panorama politico e penso: sono tutti uguali, nella loro intenzione di non fare niente né di amico né di nemico. Non è una lotta di idee ma di stipendi. E allora a cosa mi serve votare?
Ecco, questa tornata elettorale mi ha fatto diventare ciò che odio di più: qualunquista.
*E non lo dico per dire, esiste pure un mio mini saggio contro il qualunquismo:
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