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In una società di soli slogan vorrei tentare di esporre un pensiero articolato, e il fatto che cercando “articolato” su Google escano fuori soltanto dei camion la dice lunga sul quanto sia controcorrente, quasi rivoluzionario.

Comunque, uno degli slogan che ho sentito più spesso negli ultimi anni è: “prima gli italiani”. Ora; capirete che istintivamente uno si chieda: ma prima di chi? Nessuno minaccia i diritti dei cittadini italiani, che valgono – appunto – soltanto per chi cittadino italiano lo è. Non lo so, sarebbe come se un ginecologo mettesse il cartello “prima le donne”, è un’ovvietà, non ho mai sentito nessuno pretendere il PAP test ai coglioni. Se non sei italiano, per esempio, non puoi concorrere ai bandi nazionali, non puoi entrare nell’esercito, nei test d’ingresso di alcune università ci sono posti limitati per gli stranieri, non puoi neanche votare, il che è paradossale perché invece gli italiani che vivono da anni all’estero, e ai quali spesso importa una sega di chi governi qui, invece ne hanno diritto. Cosa vuol dire, dunque, “prima gli italiani”? Vuol forse dire che viene prima un Silvio (nome di fantasia) che ha evaso centinaia di milioni di euro rispetto a Nadir, regolarizzato dalla sanatoria – votata dalla Lega – e che magari da quindici anni paga INPS, INAIL e IRPEF al 23%? Oppure vuol dire che dobbiamo pagare lo stipendio a Mario Pittoni, titolo di studio terza media e Presidente della Commissione Istruzione e Beni Culturali, ma impedire a uno studente che ha vinto un dottorato di ricerca di partecipare ai congressi solo perché è in attesa dello stupido rinnovo di un permesso di soggiorno?

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E poi perché “prima gli italiani” e non, che ne so, “prima i superdotati”? No guardi, so che le è stata offerta una borsa di collaborazione universitaria ma se non ha un uccello di almeno diciotto centimetri non possiamo farci nulla. Le manderemo una mail con oggetto: “enlarge your penis”, segua gli esercizi e poi si ripresenti. No perché questo è esattamente quello che succede a tante persone, costrette a farsi assumere come manovali, o se donne come colf, per poter rimanere in Italia a svolgere il loro vero lavoro, di analisi o di consulenza. Ecco, questo è quello che penso io quando leggo “prima gli italiani”: innanzitutto non ha senso dirlo perché è già così, e casomai che dovremmo lottare per cambiarla ‘sta cazzata, non per mantenerla.

Poi c’è un altra frase con la quale ci bombardano ormai da anni: “chiudiamo i porti”. Ci avete mai pensato a cosa significa? Vuol dire che non posso più tornare a trova’ il mi’ babbo all’Elba? Niente più Sagra del Totano a Capraia? Non credo. In realtà vuol dire “basta negri”, solo che non lo possono scrivere così, altrimenti gli sospendono il profilo su Facebook. Ad ogni modo il punto è che gli immigrati che arrivano coi barconi sono sì e no il 10%, i più giungono in Italia per via aerea e quando scade loro il visto rimangono qui, diventando tecnicamente clandestini. Eppure avete mai letto da qualche parte “chiudiamo gli aeroporti”? Io mai. Sai com’è, da livornese uno se lo domanda: come sarebbe a dire che i porti vanno chiusi e gli aeroporti no? Mi sembra un po’ troppo “ad pisanum” come teoria.

Ma ormai è tardi, lo slogan diventa tormentone: “bisogna chiudere i porti!”, e in fondo forse hanno pure ragione, bisognerebbe chiuderli davvero, ma non per fermare la gente che vuole arrivare, piuttosto per impedire ai giovani di andarsene, infatti sono già cinque milioni e mezzo gli iscritti all’Aire (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero) e aumentano ogni anno. Di certo non li biasimo, così come comprendo chiunque cerchi miglior sorte in un Paese che non è il proprio. L’unico problema è che tutti questi cervelli in fuga lasciano le scatole craniche qui. Vuote.

Ettore Ferrini

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