Taglio di parlamentari o di rappresentanza?


di Alice Porta 

La rappresentanza non è altro che la trasmissione del potere da chi lo detiene a chi lo esercita facendone le veci.
In una democrazia il potere appartiene al popolo che lo trasmette a dei rappresentanti che, sedendosi ad un tavolino gigantesco (il Parlamento), trovano un compromesso per dare un indirizzo di maggioranza ad uno Stato.




Il maggior livello di rappresentanza possibile sarebbe se tutto il popolo si sedesse intorno a quel tavolino ma trovare un compromesso tra 60 milioni di teste diverse sarebbe impossibile, si avrebbe lo stallo. Ecco perché la democrazia diretta è perfetta dal punto di vista democratico (e quindi di rappresentanza) ma è infattibile perché porta instabilità o più semplicemente ingovernabilità.
Al capo opposto di tutto questo si trova la governabilità perfetta: un soggetto solo che prende tutte le decisioni. In un sistema simile ci sarebbe una stabilità totale al punto che, come la storia ci insegna, ci vorrebbero guerre mondiali per destituire un rappresentante unico. Un governo di una sola persona è stabile ma non prevede rappresentanza popolare e quindi niente democrazia.
Tra questi due estremi opposti, di democrazia e governabilità pura, si trova il sistema misto che poi è la nostra democrazia moderna che ruota intorno alla rappresentanza indiretta: un equilibrio proporzionale che traduce quante più idee possibili del popolo (democrazia) in modo che lo Stato sia allo stesso tempo funzionale (governabilità). La contrapposizione funzionale e interdipendente tra questi concetti politici si trova proprio nella dicotomia tra Parlamento e Governo: organi distinti nelle funzioni ma bilanciati.
Il numero dei parlamentari rappresenta la volontà popolare: le sedie disponibili a quel tavolino gigantesco e quindi il numero di idee che entrano in Parlamento. Ad elezioni fatte, assegnati il maggior numero di seggi ai “vincitori” (maggioranza popolare), il resto delle sedie viene ripartito tra gli eletti minori, in numero decrescente di voti. Meno sedie che restano vuol dire meno idee minoritarie che trovano posto. Questo sarà possibile riformando successivamente la legge elettorale attraverso un sistema maggioritario e tramite sbarramenti più alti, lasciando così fuori idee a latere e particellari che in Italia sono tante, essendo l’elettorato frammentato. Più opinioni non trovano posto e più persone non saranno rappresentate (meno volontà popolare –> meno democrazia): è matematica.
Senza urlare alla deriva autoritaria, è giusto chiedersi dove riforme simili possano portare. Un’ipotesi abbastanza ovvia è quella di tendere al bipartitismo statunitense, un sistema stabile che fornisce agli elettori due alternative entro cui scegliere, non lasciando spazio (sedie) ad idee nuove o eventuali. Si tratta di sistemi altamente governabili dalla democrazia erosa, annacquata, fittizia. Un’illusione di potere popolare dove finisce per assomigliarsi un po’ tutto in un calderone di personaggi simili, senza voci vere di minoranza in grado di fare da cuscinetto o sovvertire un andazzo pericoloso, semplicemente perché non hanno posto né voce: una dittatura di maggioranza.

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