Di tutto, di Maio.


Di tutto, di Maio.

Il M5S non è un partito, è un segno dei tempi: un evento perfino ovvio, ineluttabile.




C’è un virus in questo paese, che è stato per vent’anni in incubazione, e adesso che è esploso c’è poco da inventarsi. I talenti veri, attori, cantanti, ballerini, che prima erano seri professionisti, son stati pian piano sostituiti da incapaci, privi di qualsiasi titolo e competenza a gareggiare fra di loro per stabilire al fine chi sia il meno impedito. E a giudicarli mica una giuria di addetti ai lavori, macché, un manipolo di altrettanto inutili personaggi, che sanno di arte quanto ne posso sapere io di fissione nucleare. Stessa sorte è capitata ai giornalisti, rimpiazzati da blogger improvvisati e opinionisti di questa fava. Sempre più persone, ed era prevedibile, si son sentite dunque autorizzate a discettare d’ogni branca dello scibile umano, mettendo in dubbio verità granitiche come l’olocausto, l’attentato dell’11 settembre, l’efficacia dei vaccini, i più arditi sono giunti a dubitare anche della sfericità della Terra. Capirete che la politica non poteva fare eccezione, anche perché i politici non sono alieni a questo imbarbarimento culturale, in quest’humus ci son cresciuti e ci sguazzano come gli altri. Il compagno di banco un po’ imbecille, quello che al liceo ti faceva vedere su YouTube che esistono i rettiliani, è un attimo che lo ritrovi sottosegretario. L’inettitudine di questi personaggi, già ampiamente dimostrata a Roma, a Torino e pure qui a Livorno, però non ci bastava: dovevamo ufficializzare di fronte al mondo – o quantomeno all’Europa – che siamo degli inabili ma soprattutto che siamo fieri e orgogliosi di esserlo. Per chi se lo fosse dimenticato, difatti, il M5S è quel partito che ha depositato una proposta di legge che prevede il divieto di inserire il requisito del voto di laurea nei bandi dei concorsi pubblici. Insomma, aver conseguito una laurea non deve essere un merito, e non che io sia qui ad avallare l’equazione laureato = competente, tuttavia è pur vero che così facendo non mi pare s’incentivi la cultura (già abbastanza in crisi) ma piuttosto che si spalanchino le porte ad altri tuttologi, come non ce ne fossero a sufficienza. Uno di questi è Di Maio, il cui obiettivo primario, senza il quale farà saltare qualsiasi accordo è il taglio del numero dei parlamentari. Che senso abbia questa cosa non lo sa neanche lui, però evidentemente suona bene. Anche un imbecille capisce che riducendo il numero di rappresentanti del popolo non si fa l’interesse del popolo ma eventualmente quello dei partiti, che si troveranno con meno teste da accordare, mortificandone il dibattito e la democrazia interna che si basa proprio sui cosìddetti “voti ribelli”. Meno parlamentari significa soltanto meno rappresentanza e di conseguenza  una “Casta” (loro tormentone) ancora più “Casta” di prima, perché il potere sarà concentrato in un numero più ristretto di persone. Però “taglio del numero dei parlamentari” è proprio una bella frase, a Di Maio piace e quindi il nostro futuro, i nostri risparmi, sono appesi a lui, a un tizio uscito dal talent show di Casaleggio. Vi direi che preferirei andare subito alle elezioni se non fosse che lo votereste di nuovo. 

Ettore Ferrini
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