Lotto e non solo a Marzo


di Alice Porta

“Matrimonio” pare proprio essere la parola chiave quando si parla di donne, soprattutto in relazione al terrificante istituto delle “spose bambine”. Un fenomeno che interessa una larga parte delle fetta femminile del mondo, perpetrando una forma di schiavismo dura a morire e che incide non solo sulla vita e la salute della donna ma anche sull’economia e il progresso dei Paesi in cui questa barbara usanza si pratica.

Il rapporto Unicef  “A Profile of Child Marriage in Africa”   ha confermato che senza interventi efficaci il numero delle spose bambine nel Continente africano passerà da 125 milioni a 310 milioni entro il 2050. Il rapporto ha inoltre sottolineato come dal 1990 ad oggi il fenomeno sia diminuito di almeno 10 punti percentuali ma che, complice il forte incremento demografico, le possibilità di una giovane donna di essere data in sposa prima dei 18 anni è rimasta invariata e la situazione non accenna a migliorare.

La povertà è e rimane la principale causa dei matrimoni precoci: famiglie numerose e in miseria sono praticamente costrette a vendere le loro figlie. Si stima che per questo motivo, in Africa, almeno 40 bambine su 100 contraggano matrimoni precoci (con un picco del 76% in Niger) e che nel mondo 700 milioni di donne siano state date in sposa prima dei 18 anni, di cui 250 milioni prima dei 15 anni.




Purtroppo il matrimonio tra giovanissimi innesca un circolo vizioso di povertà inter-generazionale: l’unione precoce non salva dalla miseria, anzi, la crea e la nutre. Le giovanissime spose non hanno pressoché alcuna possibilità di portare a termine gli studi e trovarsi un lavoro adeguato: sono più soggette ad aggressioni e violenze sessuali, contraggono più facilmente l’HIV e, infine, gravidanze precoci possono condurre a disabilità fisica permanente per la madre e deficit di crescita per il bambino. In questo modo si va a colpire ulteriormente in modo negativo non solo sulle giovani donne ma sugli Stati interi, già gravati da povertà, malattie e violenza. Ecco perché è stata più volte sottolineata l’importanza dell’istruzione per le giovani donne e la loro formazione verso una salute sessuale e riproduttiva consapevole come arma per rivoluzionare comunità intere.

La donna libera e consapevole è quindi un traguardo necessario per il progresso, ma anche difficile da raggiungere, soprattutto a causa del suo ruolo come sposa: al matrimonio, visto come fondamento della società e spesso religiosamente connotato,  è collegato il concetto di famiglia e di conseguenza anche di sessualità (il mito della verginità), di contraccezione, del ruolo della donna come professionista e come madre, in Africa come nel resto del mondo.

Nell’Africa a sud del Sahara il matrimonio presso le comunità tribali può riguardare le ragazze a partire dai 12 anni di età; per le maggiori correnti islamiche una donna entra in età da marito una volta raggiunta la maturità sessuale, quindi di norma tra i 13 e i 14 anni; ma nulla vieta, secondo le fasce estremiste (fortunatamente non maggioritarie) di sposare anche una donna più giovane, purché matura sessualmente, con il grande pericolo di avere spose anche di 9 o 10 anni. Nell’induismo la situazione non cambia: ogni bambina una volta raggiunta la prima mestruazione deve contare 3 anni e poi cercare marito, non importa che età abbia. E la Chiesa Cattolica non fa differenza: il matrimonio cattolico, secondo il Codice di Diritto Canonico, può essere celebrato a partire dai 14 anni di età della donna.

Scontato dire che, come avvenuto nello Zimbabwe nel 2016 (dove la Corte Costituzionale ha vietato formalmente il matrimonio tra minori di 18 anni), spesso lo Stato interviene tutelando i minori. In Italia, ad esempio, sono rari i casi di matrimoni che riguardano minorenni, anche se un dato Istat piuttosto curioso del 2013 ha rivelato che il 2% degli uomini di 50 anni ha sposato donne in età compresa tra i 16 e i 29 anni. Possiamo davvero essere sicuri che la mentalità “tribale e religiosa” che permea il matrimonio – superando i confini e arrivando fino all’Occidente progredito –  non sia d’ostacolo all’autodeterminazione della donna, impedendo di fatto una reale parità tra i generi? A questo proposito, l’Unicef ha rilevato che — a livello globale — la metà delle ragazze tra i 15 e i 19 anni tende a giustificare chi picchia la moglie in determinate circostanze percepite come “doveri del matrimonio”, come rifiutare un rapporto sessuale, uscire di casa senza il permesso del marito, trascurare i figli o addirittura bruciare il pasto. Mario Adinolfi, in occasione dei suoi Family Day  ha ribadito la sacralità del matrimonio fondato sulla donna cristiana remissiva e sottomessa.

Se davvero il matrimonio e la famiglia rappresentano il fondamento della società, forse per scongiurare violenza di genere, repressione della donna e disparità culturale dei ruoli maschio-femmina quella stessa idea di matrimonio dovrebbe mettersi al passo con la società che pretende di incarnare. Liberandosi da usi, concetti e rigidità “tradizionali” che risultano ormai obsoleti. Per far sì che ciò accada è essenziale ripensare alla figura della donna, che prima di essere moglie, madre e (soprattutto) sposa rimane una donna, un essere umano, e non ha bisogno di vincoli o ruoli che la definiscano. Solo scardinando il matrimonio dalla sua presunta sacralità cesserà di essere un simbolo condiviso da pochi per divenire un incontro tra parti. Quali che siano, purché pari tra loro.

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