Ecco perché voterete nel modo sbagliato 1


di Alice Porta

Manca poco al 4 marzo e ovunque è un fiorire di analisi politiche circa “il voto utile” e “il voto concreto”. La realtà è che votare – partendo da questi presupposti – non serve ad un cazzo. Intendiamoci: il diritto di voto è fantastico (anche se di fronte a certi elementi tipo “i terrapiattisti” qualche dubbio ci viene) ma il suo significato è quanto meno nebuloso e sono pochi quelli che sanno davvero rispondere alla domanda: perché si vota? Prendiamo “il voto concreto”. Molti direbbero che si deve votare il programma più pragmatico, attuabile in modo quasi scientifico. Niente di più sbagliato.




Coso Comesichiama diceva che “se votare servisse a qualcosa non ce lo farebbero fare” e liberata questa massima dalle interpretazione anti-kasta in cui è stata imprigionata ecco che si mostra in tutta la sua saggezza: non c’è bisogno di decine di programmi e slogan per capire cosa serve ad un Paese, bastano quattro statisti (nel senso di laureati in statistica) e qualche calcolo matematico molto complesso. Assumendo che il benessere di una Nazione si fonda sulla crescita del Pil e sull’occupazione più piena possibile (ma siamo sicuri che sia davvero così?) possiamo immaginare di inserire tutti i nostri dati e parametri di riferimento, con l’aggiunta dei vincoli e scaglioni imposti dai trattati internazionali, in un computer ed ecco che questo sputerà fuori quali provvedimenti e sanzioni dobbiamo applicare per rimetterci in riga. Magia? Forse. Di certo è molto improbabile che ogni singolo elettore abbia le capacità di calcolo e l’elasticità di pensiero adatte per compiere una scelta che sia esatta dal punto di vista scientifico. Inoltre la risposta  potrebbe non piacerci: la medicina necessaria non guarderebbe in faccia a nessuno, lasciando magari indietro i soggetti più deboli o gli emarginati. Molti elettori, consci di tutto questo e spaventati da possibili evoluzioni nefaste si orientano allora verso “il voto utile”: ossia quel voto espressione di future probabili alleanze che possano bloccare l’avanzata di ideologie dannose. E’ molto bello notare quanta autostima abbiano gli italiani rispetto alle loro capacità di previsione in “Probabilità delle Alleanze”, quasi sfiorando la preveggenza, col risultato più probabile di avere un panorama post voto del tutto inaspettato e per di più aver eletto qualcuno che ci fa oltretutto cacare (e magari accetta le peggio coalizioni). Allora che si fa? Qual è il senso del voto? Il voto rappresenta una scelta perché la politica è questione di scelte. Nell’assurda corsa al voto scientifico e al voto veggente, gli italiani si dimenticano di ciò che è più ovvio: il voto è espressione di idee, meglio note come ideologie. Ormai considerate arredamento vintage, in realtà sono le ideologie a muovere l’intera vita politica (e non): i soldi sono pochi, le cose da fare tante e i soggetti terzi da considerare sono ancora di più. Come orientarsi e chi lasciare indietro esprime un’ideologia: gli immigrati, le donne, i più abbienti, i bambini, i pensionati, gli espatriati e così via. Non esiste voto senza ideologia, non esiste politica senza ideologia. Il senso del voto, inoltre, è il voto stesso. Pare una minchiata tautologica ma è proprio semplice così: avendo scelto la democrazia come la forma di gestione meno peggio tra tutte ed essendo il voto la massima espressione di democrazia, votare o non votare ha senso in quanto rappresenta una libertà – mai scontata – offerta a tutti i cittadini. In assenza di scientificità e privi di preveggenza,  tanto vale votare cosa ci rappresenta e ci piace davvero. Quello che vi piace prenderà percentuali da zerovirgola e non vincerà mai? Beh, ragionando in questo modo si raggiunge poca percentuale per forza … in ogni caso la democrazia non è un gioco di maggioranze e vincitori, si elegge un “Parlamento” cioè un luogo dove si parla non dove si gioca a calcio;  dove le idee si scontrano e trovano un punto di accordo; la cosa più intelligente è quindi portare le proprie. La democrazia è il luogo del compromesso, non della prevaricazione: anche le idee più distanti devono sforzarsi di trovare un punto in equilibrio, lasciando ciascuna indietro qualcosa. La democrazia non è quando si vince, è quando si perde tutti allo stesso modo.

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