Il significato segreto dei film horror


di Gabriele Moretti

I Film Horror americani sono una forma di comunicazione celata, ormai è chiaro. All’alba della bolla speculativa degli anni ’80 che ha condotto moltissimi americani a vivere oggi sotto un ponte, negli States si giravano tonnellate di pellicole intitolate “non entrate in quella casa”, “la casa degli orrori”, “Amityville Horror” e centinaia di altri film che trattavano l’incredibile perigliosità nel cambiare abitazione in favore di villoni spropositati al di là delle possibilità economiche di chi le comprava.



La famigliola di quattro individui, di cui solamente il padre foriero di un misero stipendio da insegnante d’asilo, che si trasferisce nel castellone di 800 metri quadri con ampia soffitta infestata da uno spettro (sì, quello del mutuo trentennale ottenuto coi derivati) era una costante intramontabile. Ciononostante questi cocciuti statunitensi continuavano a traslocare in case sempre più grandi. Si dirà: ma non potevano essere più espliciti questi registi trash e, anziché lo spettro della nonna assassina, mostrare un fantasma in giacca e cravatta che tentasse di convincerli a investire in Bond argentini o a vendere la casetta eredità dei genitori per acquistare dei futures? Temo che l’impàsse ne avrebbe risentito un pochino. E poi avrebbe creato facili allarmismi, anche se col senno di poi… Ma non è finita: il cinema d’oltre oceano ci avvertiva anche di altri disastri a venire e ci esortava a cambiare rotta con film quali “Il buio si avvicina”, “L’ammazzavampiri” e “Sete di sangue”, dove un carismatico e affascinante vampiro entrava in casa di sventurate famiglie borghesi (solo se invitato a varcare la soglia) e si assicurava di succhiare loro ogni stilla di sangue dopo atroci sofferenze. Non è forse un paradigma fin troppo evidente che evoca la figura del Consulent Manager? Quello che si presenta molto professionalmente, attende che lo si faccia accomodare in salotto e non se ne va fin quando l’intero TFR di tutti i membri del nucleo familiare non è stati investito in titoli Enron. Con ovvie conseguenze. Senza poi disturbare l’interminabile serie di pellicole sui morti viventi, esseri che si sono contagiati a vicenda e avanzano in inesorabili squadroni del contagio cercando di divorare cervelli altrui e trasformando altri in zombi a loro volta. Non evoca in voi il ricordo della vostra prima chiamata a un cellulare, visto il giorno prima al vostro amico e subito acquistato e appoggiato alla tempia per chiamare immediatamente altri e vantarvi dell’acquisto? Non vi ricorda vagamente la coda di esseri divorati dalla più terribile crisi economica dopo quella del ’29, accalcati fuori da un centro commerciale in attesa del lancio del nuovo smartphone (proprio come in “Zombi” di Romero, secondo film della famosa saga, anche loro intenti a forzare le porte di un megastore)? E che dire poi dell’incredibile sequela di titoli che scoraggiavano le famiglie poco agiate ad andare in vacanza in posti esotici e misteriosi? Un’avvisaglia sulla pericolosità di indebitarsi per godere di piaceri effimeri e costosissimi per lasciarsi il quotidiano alle spalle. Gravissimo errore. E poi le feste col morto, i party dei college col serial killer dentro l’armadio, le possessioni demoniache in seguito a un adulterio per quanto isolato e quasi accidentale… Insomma, cari americani: i vostri registi ci provano da 30 anni a dirvelo in maniera gentile senza sortìre alcun effetto. Quindi adesso lo faccio io, in modo più diretto e (mi si scuserà) perfino scortese: DOVETE STA A CASA VOSTRA. No compranne un’altra, quella LI’. Niente feste, niente spese pazze, niente mutui a 10 anni per un telefono di merda. Ovvedrai se poi la crisi vi passa.

Duri, diobono.

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